A volte capita di sedersi la sera al tavolo della cucina, fissare una tazza di tè ormai fredda e percepire una strana insensibilità. Una distanza che non si è insinuata dall'oggi al domani, ma nel corso di mesi, forse di anni. Magari c'è stato un tempo in cui la preghiera era viva. Ora, nella stanza, c'è solo silenzio.
In momenti simili scatta quasi in automatico l'ansia di dover dimostrare qualcosa. Tornano in mente gli errori, le scelte sbagliate, le promesse infrante e tutto ciò che vorremmo cancellare. La mente suggerisce subito: prima devi rimetterti in carreggiata. Devi rimettere ordine nella tua vita, e solo allora potrai ripresentarti davanti a Dio.
Proprio qui si nasconde un equivoco fatale. Il ritorno a Dio non funziona come un colloquio di lavoro, dove bisogna esibire un curriculum impeccabile e ottime referenze.
Un nome che racchiude una promessa
Già il nome di Gesù chiarisce il cuore di tutto. In ebraico è Yeshua. È lo stesso nome di Giosuè, colui che guidò gli Israeliti attraverso il Giordano verso la terra promessa, dopo quarant'anni nel deserto. Questo nome significa semplicemente: Il Signore salva.
Non dice: Dio ti valuta. E nemmeno: Dio aspetta a braccia conserte che tu ti tiri fuori dal fango con le tue forze. Dio sa bene che non possiamo liberarci da soli dalla trappola. Chi sta annegando non può salvarsi tirandosi su per i propri capelli.
«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.» (1 Giovanni 4,10)
Non dobbiamo pagare un pegno né esibire meriti per attirare la sua attenzione. Ha già fatto il primo passo da tempo, molto prima che ci rendessimo conto di quanto fossimo smarriti.
Il muro eretto dalla vergogna
Quando il legame con Dio si spezza, non è mai perché Lui se ne sia andato. Siamo noi a fuggire e a nasconderci tra i cespugli. È iniziato così nel giardino dell'Eden e continua a ripetersi nella vita di ciascuno.
Si comincia a erigere barriere attorno al proprio cuore. Prima arriva la vergogna, poi il pensiero logorante di non essere all'altezza. A un certo punto ci si convince persino che Dio non esista affatto. Spesso questo cinismo non è che un disperato meccanismo di difesa: negare l'esistenza di Dio evita di dover fare i conti con la dolorosa nostalgia che si prova per Lui.
È una tragedia silenziosa. Si resta fuori al freddo solo perché ci si è convinti che la porta sia sbarrata. Ma davanti a Dio nessun essere umano perde mai il diritto di chiedere grazia. Puoi trovarti sul fondo, puoi aver mandato in frantumi la tua intera esistenza: il grido d'aiuto non rimane mai inascoltato davanti a Lui.
Perché è stato necessario un cammino così duro
Spesso tormenta la domanda sul perché questo mondo debba essere così ferito e pieno di sofferenza. Se Dio è puro amore, da dove nasce tutto questo sfacelo? La risposta sta in un dono che Dio non ha voluto toglierci a nessun costo: la libertà di scegliere.
L'amore senza libertà non esiste. Se Dio avesse voluto creature capaci solo di obbedirgli ciecamente, avrebbe creato dei burattini. Invece ha voluto esseri liberi, in grado di sceglierlo di propria volontà. Ma dove c'è vera libertà, c'è anche la possibilità di allontanarsi. Il male nel mondo è l'amara conseguenza di ciò che accade quando l'uomo decide di separarsi dalla sorgente della vita.
Nessuno soffre per questa condizione più di Dio stesso. Vede l'ingiustizia, le lacrime e il tradimento ogni singolo giorno. Proprio per questo, in Gesù, è entrato di persona in mezzo a queste tenebre. Sulla croce ha portato sulla propria carne tutto il dolore, la cattiveria e la colpa del creato. Si è lasciato spezzare per abbattere una volta per tutte la barriera che ci separava da Lui.
Bastano poche parole
Tendiamo a rendere il ritorno terribilmente complicato. Pensiamo di dover capire trattati di teologia, passare ore in ginocchio o trascorrere settimane a costruire abitudini devote.
Gesù ha mostrato una realtà del tutto diversa nella parabola del figlio prodigo. Quel figlio era arrivato al punto più basso, affamato in mezzo ai porci. Aveva preparato a mente un lungo discorso di scuse. Voleva supplicare il padre di trattarlo almeno come uno dei suoi braccianti.
«Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.» (Luca 15,20)
Il padre non gli permise nemmeno di finire quel discorso preparato con tanta fatica. Gli corse incontro, sollevò i lembi della veste e gli si gettò al collo. Non ci furono rimproveri, nessuna diffidenza, nessun periodo di prova.
È esattamente così che Dio aspetta te. Non servono parole ricercate. Basta una frase che sgorga dal profondo del cuore: «Eccomi. Perdonami, voglio tornare con te». Basta questo. Dio non guarda alle formule, guarda all'intenzione del cuore.
Fare il primo passo
Non importa quanti anni tu sia rimasto lontano da Lui. Non importa cosa tu abbia fatto ieri. La sua mano è tesa, non per colpirti, ma per afferrarti e riportarti a casa al sicuro.
Lasciati alle spalle i dubbi e la vecchia vergogna. Non devi aspettare di sentirti migliore o più puro. Puoi venire esattamente così come sei seduto adesso a questo tavolo: stanco, svuotato, ma con il cuore aperto.
