Conosco quella sensazione, quando la giostra gira sempre più velocemente. La quotidianità è un vortice di appuntamenti, aspettative e informazioni che ci piovono addosso incessantemente. Si cerca di stare al passo, di tenere tutto sotto controllo, di non perdere nulla. Ma invece di un senso di padronanza, subentra una sottile panico. Un'inquietudine interiore che non scompare nemmeno di notte.
È come essere in un'auto che sfreccia troppo velocemente lungo una strada tortuosa. Ci si aggrappa al volante, le nocche bianche, sperando di non finire fuori strada. A un certo punto, ci si sente male. È proprio questa nausea che a volte percepisco a livello spirituale. Sono questi attacchi d'ansia improvvisi che sembrano spuntare dal nulla, un battito cardiaco accelerato, una sensazione di sopraffazione che paralizza.
Pensiamo di dover solo pianificare meglio, essere più efficienti, gestire il nostro tempo in modo ancora più rigoroso. Inseguiamo il controllo perché crediamo che ci dia sicurezza e pace. Ma è vero il contrario. Il nostro tentativo di tenere in pugno la vita è la vera fonte della nostra irrequietezza. Ci aggrappiamo a qualcosa che ci sfugge tra le dita come sabbia.
La fuga in avanti
Quando il silenzio diventa troppo assordante, cerchiamo la distrazione. Un film, la prossima serie, lo scorrere infinito dei social media. Viviamo in una società che ci intrattiene senza sosta. Ogni momento vuoto deve essere riempito. L'importante è non dover stare soli con noi stessi. Perché nel silenzio incontreremmo l'eco della nostra anima, e questo ci spaventa.
Questa costante sovrastimolazione ci rende insensibili. Disimpariamo a percepire ciò che è silenzioso, delicato, insignificante. Una passeggiata nel bosco diventa una performance sportiva, misurata in passi e calorie bruciate, invece di un'immersione nella creazione. Non sentiamo più il fruscio delle foglie, non sentiamo più veramente il vento sulla pelle. Siamo presenti, ma non ci siamo.
Funzioniamo, invece di vivere. Gestiamo la nostra vita, invece di accoglierla. L'intrattenimento costante è come un sostituto a buon mercato della vera gioia, una droga rumorosa contro il vuoto interiore.
Cosa perdiamo in questo processo
In questa fuga perdiamo il contatto. Il contatto con noi stessi, con le persone che ci circondano e, in ultima analisi, anche con Dio. Le nostre relazioni diventano più superficiali, perché ci manca la forza per una vera partecipazione. Non abbiamo più riserve per coinvolgerci veramente nella sofferenza o nella gioia di un altro.
Il nostro corpo e la nostra anima hanno un ritmo che ignoriamo con violenza. Superiamo la stanchezza con il caffè e l'inquietudine interiore con ancora più attività. Non c'è da meravigliarsi se molti di noi si esauriscono, se ansia e depressione diventano malattie diffuse. È la conseguenza logica di una vita condotta contro la propria natura.
Si può immaginare come un albero che estende le sue radici solo in superficie. Finché il sole splende e non c'è vento, può andare bene. Ma non appena arriva la prima vera tempesta, non ha appigli e viene sradicato. Lo stesso accade a noi se non abbiamo radici spirituali profonde.
Un'antica via che sostiene
La buona notizia è: non dobbiamo reinventare questo sostegno. Esiste già da tempo. È un fondamento che ha resistito per millenni. È una via che si è dimostrata valida quando ancora non esistevano smartphone e agende piene. Questa via non è una tecnica né un metodo di auto-ottimizzazione. Questa via è una persona.
Gesù Cristo ha detto qualcosa che nella sua semplicità e profondità è disarmante. Non è un consiglio, ma un'affermazione su se stesso. Non ha detto che avrebbe mostrato una via, ma che lui è la via.
Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.» (Giovanni 14,6)
In questa unica frase c'è tutto ciò che desideriamo. Una via d'uscita dalla nostra perdizione. Una verità che resiste in un mondo pieno di opinioni e menzogne. E una vita che è più del semplice funzionare.
Come imparo a lasciare andare
Per me, intraprendere questa via significa soprattutto una cosa: imparare a lasciare il controllo. Non succede da un giorno all'altro ed è una lotta quotidiana. Significa non iniziare la giornata guardando il telefono e la lista delle cose da fare, ma nel silenzio. Con una semplice preghiera. Con l'ammissione che oggi non ce la faccio da solo e ho bisogno del suo aiuto.
Significa non reprimere la paura quando sorge, ma presentarla a Lui concretamente. Gli dico cosa mi preoccupa, dove mi sento sopraffatto. I problemi non scompaiono semplicemente. Ma non sono più solo con essi. Un peso indescrivibile mi cade dalle spalle quando so che Lui lo porta con me.
Questa via non porta a una vita senza prove. Ma porta a una pace che il mondo non può dare. Una quiete che non dipende dalle mie circostanze, ma dalla sua presenza. Non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte. È una relazione che si vive. Ogni giorno di nuovo. E questa vita, questa vita vera, profonda, sostenuta, inizia subito, se ci si aggrappa a Lui e si rimane con Lui.
